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Il terribile mondo delle Cooking class a Roma

Questo è il primo post della versione italiana del mio blog, probabilmente lo vedrete tradotto nella sezione inglese prossimamente, in cui farò luce su alcuni aspetti che riguardano il mio lavoro e lo scrivo nella mia lingua madre perché lo sto scrivendo di getto e per rivolgermi ai Tour operator, agenti di viaggi, guide turistiche ecc….

 Io, personalmente, mi occupo di corsi per turisti nella mia scuola di cucina One Day Chef di Roma che è la prima ad aver strutturato una location con postazioni di lavoro singole nelle quali fino a 16 persone possono cuocere contemporaneamente; chi mi conosce già è a conoscenza di cosa io stia dicendo ma ogni tanto è bene sottolineare certe cose, a prova di rimbambito.

One Day Chef è l’unica scuola di cucina per turisti di Roma, punto.

 

In questo momento, dopo aver letto la frase precedente, qualcuno penserà “Wow che figata” e qualcun altro, invece, “ah Mattè machestaiaddì io ho fatto corsi a casa di zia, nonna e cugini di campagna ”.  Che tu abbia fatto la prima o la seconda affermazione continua a leggere l’articolo perché sicuramente ti farà riflettere.

 Cercherò di spiegare quello che penso in un modo il più semplice possibile: FARE corsi di cucina è DIVERSO da AVERE una scuola di cucina.

Per fare un corso basta avere 2 cose: un tavolo grande e una cucina con 4-6 fuochi cioè cose che tutti hanno in casa propria; questo significa che, potenzialmente, chiunque può vantarsi di “fare corsi di cucina a turisti”… ed è esattamente quello che succede a Roma.

È un settore, infatti, dove regna la confusione a causa di una marea di dilettanti allo sbaraglio che non hanno fatto altro che rovinare l’immagine dei pochi che lavorano bene… e dell’unico che ha aperto una scuola anziché fare corsi nella casa di famiglia in campagna.

In ogni ambito lavorativo sta sempre di più regnando la specializzazione e la qualificazione nell’esercitare la propria professione tranne che nel settore dei corsi di cucina; c’è gente che porta clienti dentro casa propria, mette una “spianatora” (mannaggia a me voglio vedere come tradurrò spianatora in inglese) sul tavolo, ci butta un po’ di farina sopra e via che si fa la pasta making class!!!

I 5-6 malcapitati (5-6 non di più, perché chiaramente in una casa, con una sola cucina normale questo è il numero massimo di clienti che si possono accettare, non come dicono alcuni “per avere un ambiente più intimo” ma perché non c’hai posto fisicamente) fanno la pasta fresca, si divertono, cazzeggiano e guardano lo chef quanto è bravo… perché in questi casi lo chef è sicuramente bravo ed esperto a cucinare e vuole mostrarsi, ma ad un certo punto c’è bisogno di andare avanti perché ormai la pasta è pronta ma non la si può mangiare cruda e scondita.

Bisogna fare la salsa per accompagnare la pasta, facciamo un passo indietro però: mettiamo che il formato fatto sia il raviolo ripieno di ricotta e spinaci (è un piatto tipico da corso di cucina perché è buono e divertente da fare ed io stesso lo faccio quasi sempre), si fa la sfoglia, il ripeno, si farciscono e magari si sigillano con strumenti sicuramente tecnici e professionali ma difficili da reperire nelle case dei clienti qualora volessero replicare il piatto; poi è il turno della salsa di pomodoro e lì che lo chef tira fuori il padellone di alluminio da combattimento.

 

Lo chef, a questo punto, può decidere di fare due cose: occuparsi della salsa oppure delegare qualcuno dei presenti, mettiamo che opti per la seconda opzione, uno degli ospiti fa il soffritto, il pomodoro ecc… mentre gli altri lo guardano lavorare, quindi uno impara a fare la salsa di pomodoro e gli altri no; qualora il corso prevedesse altre portate potrebbe capitare che mentre uno faccia la salsa di pomodoro l’altro faccia una preparazione per il secondo o per il dessert.

Vabbè chiudiamo un occhio che il sugo non sia stato preparato da tutti individualmente, è il turno di mangiare i miei ravioli fatti con le mie mani… e invece no, anzi boh.

La cucina è quella che è e quindi dopo il padellone arriva il pentolone da battaglia  pronto ad accogliere tutti i ravioli fatti e cuocerli in abbondante acqua salata come da manuale.

 

Finalmente è tutto pronto e posso mangiare un piatto formato da ravioli, che non so da chi siano stati fatti di preciso e da una salsa di pomodoro fatta da me, nella migliore delle ipotesi, o da qualcun altro mentre io guardavo, nella peggiore.

 

Morale della favola il cliente esce dalla cooking lesson che ha mangiato, si è divertito però non ha imparato a fare quello che gli era stato promesso o magari non tutti i partecipanti hanno imparato le stesse cose.

 

Io punto su concetti totalmente opposti a questi:

 

-no lavori di gruppo ma piatti preparati individualmente,

 

-no gente che guarda e gente che lavora ma un coinvolgimento da parte di tutti i partecipanti

in egual misura da 8 ad 80 anni,

 

-no appartamento/casa in campagna ma struttura, su strada in centro, adibita appositamente con 16 piani di cottura (ripeto NO posti attorno ad un tavolo ma piani di cottura, hai presente quella 4 fuochi che si trova nelle case? Io ce ne ho 16 nella mia scuola).

 

 

     

Negli ultimi 2 anni ho conosciuto, direttamente o indirettamente, circa 20 persone che dicevano di fare il mio stesso lavoro ma che in realtà non lo facevano per niente. Perché una struttura come la mia non ce l’ha nessuno a Roma, l’unica scuola che abbia mai visto che è sul nostro concept l’ho trovata a Londra: in centro, su strada che potevi vedere attraverso le vetrine le persone cucinare; era una scuola di un “certo” Jamie Oliver (uno degli chef più famosi del mondo, quindi a dire il vero forse sono io che sul suo concept :-D ). 

 

E allora perché si mettono tutti nello stesso calderone? Perché chi “fa” corsi di cucina si sente un mio collega? Certamente anche io faccio corsi di cucina per turisti ma io lo faccio nella mia scuola che è stata ideata da zero appositamente per questo tipo di ospiti ed arredato in modo caloroso e casalingo ma professionale e quindi io non ci sto ad essere considerato sullo stesso piano di chi mette due spianatore sul tavolo e fa fare la pasta all’uovo agli ospiti.

 

In ogni ambito lavorativo, ma anche sportivo, commerciale e così via, esistono le categorie: il vecchio Nokia 3310 e il nuovo iPhone 6 hanno telefonate, messaggi, giochi e qualcos’altro in comune ma basta questo per considerarli della stessa categoria?

Basta quindi far sporcare un po’ le mani di farina e buttarla un po’ in caciara per ottenere una cooking class? 

 

NO non basta. Sarebbe come dire che basta avere un paio di pesi per allenarsi bene ma è oggettivamente troppo riduttivo, chi fa il sollevamento pesi in salotto o la cyclette in camera da letto non può dire di far “palestra” perché andare in una struttura perfettamente attrezzata fa totalmente la differenza.

Chiudo il discorso sottolineando che se un professionista del settore dice che allenarsi a casa o in palestra è la stessa cosa, è evidente che egli non sia un gestore di una sala e che parli per tirare acqua al proprio mulino… anche perché di solito chi lavora in quell’ambito ha un fisico perfetto frutto di ore di PALESTRA, non di ore a sollevare bottiglie d’acqua in salotto. Ci siamo? Ok.

 

Allo stesso modo uno chef che ha studiato in una SCUOLA di cucina, perché dovrebbe insegnare dentro casa? La sua formazione era meritevole di una struttura focalizzata alla docenza e quella dei suoi ospiti no? Mah…

Io per perfezionare le mie doti ho fatto scuola di cucina e allo stesso modo tratto i miei clienti che necessariamente hanno bisogno di una scuola attrezzata per imparare al meglio le ricette che facciamo.

 

Come primo post in italiano direi che non c’è male, mi sono fatto un sacco di nuovi amici :-) ma va bene così, approfondirò alcuni punti nei prossimi post.

 

Per avere informazioni sul mio lavoro ed i miei corsi scrivetemi a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Se l’articolo vi è piaciuto “mipiacetelo” e convividetelo…

 

Grazie mille

 

Matteo Ferroni.

 

 

 

P.S. di corsi di cucina, prima di tenerli, ne ho personalmente frequentati tanti come allievo, quindi so di cosa parlo e posso avere il punto di vista sia dello chef che dell’allievo. 

Read 1054 times Last modified on Giovedì, 03 Dicembre 2015 14:32

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